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Ora la scoria diventa veicolo del massimo valore conoscitivo.Un altro passo illuminante si legge nell’intervista concessa nel ’65 da Zanzotto a Ferdinando Camon: la tendenza alla dissacrazione (della poesia e della realtà) presenta gli stessi equivoci e gli stessi pericoli.E’ il "canto delle scorie", quasi come un nuovo ruyschiano coro di mummie, che prende forma assimilando e chilificando in sé la tragedia dei morti della Grande Guerra, le silvae arcadiche, la normativa cortese del Galateo di Monsignor Della Casa, i residui dei moderni picnic turistici nel bosco, per narrare la vicenda di un io lirico alla ricerca di una nuova integrità (credibilità? Dapprima nel restauro filologico del sonetto, e con esso di una letteratura ormai impartecipabile, infine nella fusione a livello biologico con la Tellus, la terra madre.Questa che sembra una grande opera epica, il racconto in profondità di una regione e dei segni lasciati in essa da generazioni di uomini, e che contiene molti momenti notevoli, dove si sente risuonare l’orrore della mattanza bellica, la nauseante retorica del potere, la vivacità del narrato popolare, finisce al contrario per essere un’opera lirica, che muove dal recupero in forma archeologica della Storia e approda alla liquidazione di questa, sfociando nel mito del ritorno alla Natura, mito - come ogni altro - «ideologicamente saturo» (Barthes).E in esso trova posto anche il tema del "residuo", declinato in direzione scatologica in particolar modo nella raccolta Pasque, del 1973, dove le due immagini-simbolo ricorrenti sono, appunto, lo sterco e l’uovo.In proposito, Stefano Del Bianco annota: "In Pasque giocano un ruolo importante le figure escrementizie, emblematiche della densità insignificante cui perviene il reale al termine del processo di assimilazione e di ogni conoscenza.

Persiste un trattamento prezioso della parola, ma il vocabolario si dilata enormemente.

Zanzotto, naturalmente, percepisce il senso di questa rivoluzione nell’atteggiamento di Montale, e lo rivela: Ciò, oltre che introdurre una dissacrazione della figura di lui e quindi dei temi prima raccolti in aloni mitici, propalandone, squinternandone un’"identità" prima nascosta, viene di fatto a ribadire una continuità con gli elementi depressivo-negativi delle precedenti opere; inoltre, quel che più conta, sembra stabilire una specie di affinità di natura tra il nuovo ambiente di "palta" o di "scolaticcio" e il poeta, come tale. Ma tale ammissione, tale dissacrazione, gli risulta intollerabile, poiché - come sappiamo - egli si colloca sul versante della ’fede’ nella poesia, e tanto più perché Montale è senza dubbio l’autore nodale del Novecento, il primo ad ’attraversare’ compiutamente D’Annunzio ma anche l’ultimo capace di misurarsi con lo stile sublime, in un libro come La Bufera e altro.

E allora Zanzotto inverte il segno all’operazione: Eppure, anche se i pensieri-scorie di Satura si allineano agli oggetti-scorie e ai "fatti triti" degli altri libri completandone e radicalizzandone la figura, ancora una volta si fa strada come in quei libri una forma di grazia e si attestano frequentissimi i punti di emergenza in cui i materiali degradati si caricano di un prestigio che non coincide con la loro natura.

Anche il moto di Zanzotto, almeno per una parte della nsua opera, è un autentico interrarsi alla ricerca del sacro.

Ma mentre quello di Montale era davvero "l’inno nel fango", ovvero il sublime trascinato nel fango (come in quel famoso fango del macadam in cui Baudelaire aveva fatto finire l’aureola poetica), quello di Zanzotto sarà, piuttosto, "l’inno dal fango", resurrezione imprevedibile quanto quella di Lazzaro.

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